[ Crossing over ]

La storia – Un agente dell’I.C.E. si interessa al caso di un’immigrata scomparsa, mentre la sorella del suo collega viene assassinata. Un’avvocatessa difende i diritti dei clandestini, mentre suo marito costringe una starlette a prestazioni sessuali in cambio di una green card. Un giovane musicista di origini ebraiche studia la propria cultura per guadagnarsi meriti religiosi e relativa sicurezza di visto. Una studentessa musulmana è accusata ingiustamente di terrorismo e fatta espatriare. Un adolescente coreano viene iniziato al crimine il giorno antecedente alla sua naturalizzazione…

Carrelli in plongée sulla città, le strade, gli incroci. E destini che tracciano traiettorie narrative, per intersecarsi sotto l’egida di un tema – l’America, l’immigrazione – mappandone possibili problematicità, punti di rottura, snodi dolenti. Lotta alla sopravvivenza o per la green card, ineluttabilità del compromesso degradante, dignità umana ridotta a merce, valore di scambio, oggetto di burocrazia. Opera corale, meccanismo programmatico, Crossing Over coreografa i suoi tasselli sullo sfondo ambiguo della retorica patriottica americana, in un impeccabile balletto, fisiologicamente artificioso, ovviamente prevedibile. Le storie sono casi notevoli ed esplicativi, parti di un tutto che però non si fa mai moralisticamente dimostrativo: se è inevitabile sentire il peso della scrittura a orologeria, l’andamento argomentativo si stempera nel tentativo di delineare personaggi stratificati, quantomeno contraddittori. È questa una sfaccettatura risolta con pochi e facili tratti, quelli permessi da una narrazione così frammentata, dal minutaggio angusto in cui sviluppare i caratteri: il tema acquista così strati di didascalica complessità, il semplice bilanciamento di chiari e scuri elude il rozzo semplicismo manicheo (e, come avveniva nel similare Crash – Contatto fisico, il rischio è quello di una paradossale assoluzione). Crossing Over, pertanto, non è che un altalenante bigino in forma di pellicola, un riassunto – con esempi chiari e di agile consultazione – circa la problematicità della situazione degli immigrati negli Stati Uniti. Metonimia – e monito lampante a rigettare la gretta e ottusa binarietà – pare essere il frammento dedicato alle vicende di Taslima, convinta a differenza dell’ufficio antiterrorismo che comprendere le ragioni della Jihad sia ben diverso dal condividerle. Le sole quarantadue copie con cui il film è stato distribuito negli Stati Uniti (nonostante il nobile cast di stelle, anche se acerbe, anche se decadute) e il periodo di stanca riservatogli dal lancio italiano difficilmente possono rendere giustizia alla funzione educativa dell’opera, relegandola nella nicchia e annichilendone qualsiasi potenziale.

Giulio Sangiorgio

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