[ Adventurland ]

La storia – 1987, parco divertimenti di Adventureland. Dov’è finito il sogno americano? Tra aspirazioni frustrate e improvvise illuminazioni, il giovane James cerca di crescere, scoprendo quanto sia pesante il lavoro e sconvolgente la passione.

Se una volta l’ingresso nel mondo del lavoro, il gioco del corteggiamento, la scoperta della sessualità rappresentavano dei veri e propri eventi di portata comunitaria, nella civiltà contemporanea la dimensione sociale dei riti di passaggio si è sgretolata. Con il trionfo della chiusura a riccio nel privato il rito viene spogliato di senso, fino a rimanere nuda forma senza contenuto. Com’è possibile, ad esempio, parlare di transizione dall’adolescenza all’età adulta se gli adulti stessi non sono che bambini prepotenti e viziati, che sembrano vivere senza responsabilità e coscienza delle proprie azioni, come se la vita fosse un grande parco divertimenti? Proprio nel non-luogo del grande luna park Adventureland, il timido James si confronta per la prima volta con un’esperienza lavorativa frustrante, che lo fa sentire l’ingranaggio di una macchina capace di produrre soltanto menzogna. In quella strana palestra di vita, il giovane studente affronta un percorso di maturazione, facendo i conti con il bisogno di un’illusione consolatoria. E cosa c’è di più illusorio dell’innamorarsi? Tra piccoli gesti d’affetto e tradimenti, ingenuità e bugie, ci penserà la bella Em a dargli un paio di lezioni e a fargli perdere la testa.
Premendo il tasto rewind sull’archivio dei propri ricordi, il regista e sceneggiatore Greg Mottola confeziona una pellicola autoreferenziale che non riesce a stagliarsi per brillantezza nel pur asfittico panorama della teen comedy americana. Gli sforzi non mancano, a partire dalla caratterizzazione morale dei personaggi principali: due giovani “romantici” che, vivendo i propri desideri d’amore e affrontando gli intimi sensi di colpa, accettano la propria umana fragilità e fallibilità. Il tutto nella convinzione che, grazie ad azioni responsabili, i loro sogni possano un giorno realizzarsi. Sebbene la narrazione sia farcita di spunti profondi e delicati, la costante ricerca di un equilibrio tra commedia e racconto di formazione finisce però per appiattire lo stile e i contenuti di Adventureland sugli standard televisivi. Il divertimento non decolla e il film, innervato di struggenti brani musicali anni Ottanta e citazioni shakespeariane sparse un po’ a caso, scivola via indifferente e prevedibile, naufragando nella banalizzazione e strumentalizzazione della poesia. Perché rifugiarsi nella nostalgia del passato, tra memorie personali, atmosfere reaganiane e liriche lontane, come se non ci fosse un presente – sociale e cinematografico – da cogliere e capire? Così, nonostante l’happy end d’ordinanza, alla fine il sapore che rimane in bocca ha un retrogusto amaro. E sa di bruciante sconfitta, di sterile vacuità, di collasso della fantasia creativa.

Stefano Borgo

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