“Le fiction aiutano la mafia? I giudici sbagliano bersaglio!”

Pubblicato sotto "News" il 28 agosto 2009
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M. Placido in una scena di L'ultimo Padrino

Lo speciale di duellanti ha aperto il dibattito: sul banco degli imputati la fiction e il cinema e le loro modalità di rappresentazione del fenomeno mafia.

Dopo l’articolo di ieri sul Corriere della Sera in cui si riprendevano le critiche dei pm Scarpinato, Ingoia e Marino lanciate dalle pagine di duellanti, oggi la risposta, sempre sulle colonne del quotidiano di via Solferino, di colui che è stato “l’ultimo padrino”.

Michele Placido non è  d’accordo con i giudici, a partire dalla sua interpretazione di Bernardo Provenzano di cui non ne avrebbe fatto un eroe buono e sottolinea che “una rappresentazione filmica non può essere accusata di incentivare comportamenti criminali” poiché sarebbe, citando Macbeth e Riccardo III, come affermare che gli spettatori assistendo a teatro a queste opere “siano invogliati a scimmiottare le gesta di quei personaggi”. Descrivere il male per comprendere il bene, e a sostegno di questa tesi si schierano anche Pietro Valsecchi e Enzo Monteleone, produttore e regista de Il capo dei capi, secondo i quali “la posizione dei giudici è ideologica”.

Ma il rischio che un personaggio negativo, assurgendo al ruolo di protagonista, assuma connotati e sfumature tali da renderlo seduttivo per il pubblico pare essere inevitabile, e la capacità narrativa dell’autore (che si tratti di letteratura, cinema o teatro) è ciò che ne fa la differenza, facendo sì che la forza oscura che governa il male sia rappresentata e non celebrata.

Redazione

4 Commenti a ““Le fiction aiutano la mafia? I giudici sbagliano bersaglio!””

  1. Lynve scrive:

    Il male ha sempre lasciato un’ombra di fascino sull’animo umano, se poi narrato ed enfatizzato dalla letteratura e dal cinema ancora di più. Questo accade però quando vengono raccontate vicende di uomini pressochè “straordinari” dalle cui vite è appunto possibile ricavare una storia che possa meravigliare, stupire e far riflettere. Quindi, a mio parere ovviamente, mi pare un po’ azzardato affermare che comportamenti di personaggi che si muovono ed agiscono in circostanze non comuni a tutti possano influenzare un comportamento criminale.

  2. Fabrizia Malgieri scrive:

    E’ vero Lynve, il male è sempre stato un tema affascinante. Tuttavia è anche vero che il rischio di emulazione – proprio perchè un personaggio è tanto interessante – è molto alto. Inoltre, citando l’esempio di Il capo dei capi – non so se hai avuto modo di vedere la fiction qualche anno fa – in queste storie si tende comunque a giustificare un comportamento e portarti a dire, in questo caso di Riina, “Vabbè, poverino, non è che avesse molte alternative…o faceva il mafioso o zero”. Sbagliato. Questo sentimento di compassione – che guardando la fiction affiora ed è un sentimento del tutto incontrollato – è perverso. Raccontare il male è giusto, ma bisogna anche saperlo raccontare. E dunque qual è la strada più giusta?

  3. Clementine scrive:

    Non ho ancora letto il testo integrale dell’articolo di duellanti, ma secondo me la replica non ne coglie il nodo centrale. Il punto è proprio quello di cui parli tu Lynve: la rappresentazione extra-ordinaria del comportamento criminale. Perché? come si scrive nell’articolo, la crminalità organizzata ormai è talmente penetrata nei gangli della società da riguardarci troppo da vicino. un articolo, recentemente, ironizzava sul fatto che, in tempi di crisi, un boss aveva dimezzato gli stipendi dei suoi scagnozzi, come dei dipendenti qualunque. la politica parla della mafia come dell’influenza suina: una minaccia esogena. Eppure mi sembra assurdo che il politico, che gestisce enormi interessi economici, non si trovi a vedere quasi quotidianamente il peso che hanno le organizzazioni criminali nella vita del paese. Non voglio dire che i politici sono tutti delinquenti, attenzione. Solo, perché continuare ad alimentare il cliché della mafia come di un qualcosa circoscritto a livello geografico e sociale, quando la mafia è nelle università, negli ospedali, negli scranni della politica, nei quartieri-bene delle migliori città? Non si tratta di voler demonizzare il comportamento criminale facendo film in cui non si colga l’umanità di un personaggio negativo. Sarebbe altrettanto fuorviante. è solo che sembra ci si dimentichi, troppo spesso, della banalità del male, per lasciare piuttosto che a emergere sia l’eroe tragico, à la Riccardo III. Pensiamo a Gomorra: i due ragazzi che imitano Scarface fanno una brutta fine. La camorra, quella vera, è un’altra cosa.

  4. Lorenzo Mosna scrive:

    Trattando nella mia vita di videogiochi ho a che fare quasi quotidianamente con il sentimento diffuso che la violenza in ambito videoludico sia in grado di influenzare il comportamento delle persone. Leggendo queste parole mi sono trovato a riflettere: in effetti è sciocco affermare che basta mostrare il lato buono di un personaggio cattivo per farne un eroe. D’altro canto, però, bisogna comprendere che vi sono vari livelli di lettura in ogni opera e che, al contempo, tali livelli sono influenzati dal contesto sociale di colui il quale riceve il messaggio. La fiction televisiva è, volente o nolente, nazional-popolare ed è pertanto ricevuta da un’enorme quantità di persone di classe sociale medio-bassa. Sono rischi che bisogna tenere in considerazione ancora in fase di scrittura, pertanto se da un lato condivido quanto dice Placido, dall’altro sono convinto che ci vorrebbe qualcosa di più per spiegare il significato dell’opera, qualcosa che limiti le letture fuorvianti. Contemporaneamente, però, sono convinto che gli stessi magistrati siano stati soggetto di una lettura fuorviante delle opere televisive incentrate sulla mafia: la “bontà” di un personaggio negativo è la stessa bontà che ogni essere umano ha, in quanto il male (o il bene) assoluto non esiste.
    Insomma, siamo in un cul-de-sac.

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