[ United 93 ]

La storia – Cosa è successo sul volo United 93 che l’11 settembre 2001 si è schiantato in Pennsylvania mancando il suo obiettivo?

Passeggeri che si preparano a un volo. Ricordate i loro volti? Nuovo responsabile del centro di controllo che si prepara al suo nuovo incarico. Sembra la comparsa laterale di un documentario. Operazioni di imbarco miste a ruotine di monitoraggio dello spazio aereo miste a preghiere. Un gruppo di passeggeri prega in arabo, altri pregano in inglese. Il gruppo che prega in arabo è composto di terroristi. Deduzione facile: lo sappiamo già, perché questa è la cronaca del volo United 93, quello che il mattino dell’11 settembre 2001, mentre gli altri tre aerei dirottati e pilotati dai terroristi di Al Qaeda esplodevano contro le torri gemelle del World Trade Center o contro il terzo anello del Pentagono, non raggiunse Washington (obiettivo presumibile la Casa Bianca) e cadde prima. Sappiamo da registrazioni di chiamate dai cellulari che era in atto un dirottamento, che un uomo minacciava di attivare l’esplosivo avvolto al proprio corpo, che erano stati aggrediti, forse uccisi con coltelli rudimentali alcuni passeggeri e i piloti, e che i superstiti si stavano preparando a una reazione con i coltelli dei pasti di bordo dopo aver dato l’addio a chi li attendeva a terra. Il tema è forte, il film no. Intendiamoci: c’è la tensione, c’è l’escalation della violenza, c’è l’angoscia di un destino in ogni caso terribile. Ma non c’è film. Perché non sembra cinema. Forse perché è un Tv-movie, e i Tv-movie sono la testa di ponte della trasformazione in Tv della realtà, e quindi sono drammaticamente più falsi del cinema-cinema, o forse proprio per quello che a detta di alcuni è invece l’eccezionale pregio di questa operazione: la freddezza oggettiva della pura ricostruzione (operazione che il regista Greengrass aveva già fatto con il precedente Bloody Sunday raccontando la domenica di sangue del 30 settembre 1972 quando a Derry l’esercito britannico fece fuoco su una marcia per i diritti civili, provocando tredici morti). In nome dell’oggettivazione a-personalizzata, il film si avvia con una dominante tecnica: tutta la mattina dell’attacco all’America è vissuta attraverso il centro di controllo aereo. Individui e velivoli che si alzano in volo e vengono gettati a esplodere contro il Pentagono e il World Trade Center si riducono a simboli sui radar che perplessi controllori di volo non riescono a interpretare: rotte sbagliate, altitudini sbagliate, mancate risposte alle chiamate radio, sparizioni. La ragnatela di rotte e la somma delle espressioni perplesse a un certo punto convergono nella stupefatta constatazione che le azioni sono concertate come un atto di guerra e che (a differenza di quel che il cinema di solito esalta) è difficile coordinare una risposta militare: insomma, quando gli aerei da caccia si alzano in volo è troppo tardi e comunque cercano velivoli usciti dai corridoi aerei nei posti sbagliati. Determinato dunque che lo United 93 non venne abbattuto dall’aviazione americana, il film cresce in spersonalizzazione nel momento in cui entra nella pura congettura di fantasia. Nessuno ancor oggi sa cosa sia successo da quando vennero spenti i cellulari. L’ipotesi di Greengrass è che i passeggeri si siano coalizzati per tentare una sortita contro il kamikaze (la sua bomba è falsa) e i terroristi nella cabina di pilotaggio, nella speranza di mettere ai comandi un pilota di aerei da turismo coadiuvato da un ex controllore di volo. Battaglia durissima, aereo che cade in vite, schianto. Non è stato possibile identificarci/affezionarci alle hostess, a un passeggero, a una paura, a un tic, a una battuta. Tutto volutamente evita o rigetta lo schema del film catastrofe in stile Airport: non ci sono attori, solo passeggeri senza volto e terroristi. Terrorizzati, tutti. Se qualcuno teme l’effetto moltiplicazione della rabbia o un rigurgito ciecamente anti arabo, osserverà che nel timore (forse) di stilizzare sia i carnefici secondo luoghi comuni che le vittime secondo un processo abbastanza ovvio di santificazione, più aumenta il caos e la tensione, più United 93 sembra costruito al computer da un team di affiancamento a un’inchiesta, un docudrama, il filmato di supporto al dibattito. Eppure il lancio pubblicitario, la gestione del dolore dei parenti delle vittime coinvolti nel progetto, il sito Internet, l’immagine produttiva complessiva tendono da una parte al monito (non dimenticare) e dall’altra al più semplice (e onesto, direi) dei richiami al pubblico (scoprire il coraggio nel momento in cui si sente la paura). Finisce che il portato emotivo dell’operazione probabilmente, vuoi per il tempo, vuoi per il modo, è infinitamente più raffreddato e piatto (ognuno di noi francamente l’ha immaginato…) di quando la fantasia tremava di fronte alla terribile mancanza di dati nei giorni in cui tutto questo avveniva e riavveniva, ripetuto all’infinito su tutti i canali televisivi del mondo. E un poco questa impotente ossessione della ricostruzione ricorda l’impotenza del dolore nell’impatto con le tragedie personali: alcuni le ricostruiscono all’infinito come se la ricostruzione avesse il potere di cambiare il dato. Così non è. A meno che non serva solo a moltiplicare la paura…

T.A.

Lascia un Commento

Recensione di United 93 « duellanti – mensile di cinema e…