[ Radio America ]
La storia – Un programma di radio live che trasmette da un teatro nel cuore degli Usa. Musica country e numeri comici che, dal 1974, hanno tenuto testa al potere della televisione… Ma i fan non sanno che sta per andare in onda l’ultimo spettacolo.
Sembra che il vecchio Bob non ne voglia sapere di deporre le armi. E ancora gioca con la macchina da presa. Un lusso o una necessità? Finiremmo alla deriva in un pugno di righe se cedessimo alla tentazione del «dovelacollocoquestaultimacosarispettoa». Nella smisurata filmografia del guastatore hollywoodiano c’è da perdere il filo della ragione – anche solo quella cinefila, casomai esistesse e voi siate gli illuminati che la trovano. Riduciamoci al Tempo: e cioè, Radio America viene dopo. Dopo M.A.S.H., dopo Il lungo addio, dopo Nashville, dopo America oggi, dopo Gosford Park. La stampa chioggia: «è un film corale… è come Nashville!»,«è ricco di musica country… Nashville!»,«è tutto raccontato con distacco e humour… AAASssshville!» E via così.
Non che qualche reminiscenza non sia lecita, ma tra le righe ci pare che il percorso di Altman abbia da tempo – appunto – preso altre direzioni. Un esempio è nello stesso binomio distacco/humour: cifra costante di molti film, è andato mutando impercettibilmente dal citato Nashville in poi. Il celeberrimo finale con Barbara Jean presa a pistolettate e un’esordiente sbattuta sul palco che canta “It Don’t Worry Me” era leggibile, legittimamente, sia in senso grottesco che allegorico. L’auspicio allora, rivelato dallo stesso Altman, era fare in modo che ogni spettatore entrato in sala fosse libero di ricreare il film a suo piacimento. In America oggi, altro film corale, permane il distacco ma il grottesco sostituisce completamente l’umorismo. L’amarezza domina, congelata dal blues. Come scrive Flavio De Bernardinis, il suo blues «è la musica degli afflitti che non aggiunge dolore a dolore […] ma lo mette tra parentesi per tentare di coglierne il senso» mentre il distacco registico diventa un mezzo non più di separazione dal dolore ma di analisi del senso. È il tentativo, destinato a fallire ma non per questo di minor valore, di rendere conto di: il cinema vola sugli elicotteri del prologo, osserva dall’alto una brulicante Los Angeles fatta di nuovi schiavi del cotone: la macchina da presa è il suo bisturi per vivisezionare le loro affaccendate esistenze da ogni angolazione. Finisce comunque inerme di fronte al terremoto del finale, che scuote la città evadendo qualunque possibile spiegazione o criterio causale. Quattordici anni dopo eccoci su un altro palcoscenico della vita, diverso da quello di Nashville (palco-città, aperto, metonimia visiva della città stessa) e dalla Los Angeles “da scoperchiare” degli esperimenti sociali di America oggi. Un palcoscenico chiuso tra quattro mura, il Fitzgerald Theater da cui viene trasmesso A Prairie Home Companion, molto più simile nella sua logica alla tenuta di Gosford Park (2001) o al palco/corpodidanza di The Company (2003). Un palco chiuso, che la macchina da presa non molla quasi mai, nemmeno per un controcampo di routine sul pubblico. Un palco e delle quinte dal quale pochi possono entrare o uscire: un detective-guardia del corpo dai modi chandleriani (un Kevin Kline perfetto), un biondo angelo della morte che si aggira in cerca del suo assegnato (Virginia Madsen) e uno sgradevole emissario della compagnia texana che aspetta solo che lo spettacolo finisca (Tommy Lee Jones) per chiudere baracca e burattini. Nella storia quest’ultimo è però fermato sulla soglia, quasi a suggerire che quel palco è l’ultimo spazio “sacro” da difendere: non è un caso che proprio a un angelo spetti il compito di salire sulla sua auto per eliminarlo e salvare lo spettacolo. Ma è una soluzione romantica quanto inutile: lo show è comunque destinato ad aver termine (la legge del denaro sopravvive all’eliminazione del singolo). Non ci riferiamo solo al film: quella musica country che fa da contraltare ai siparietti comici è molto diversa dal blues di America oggi: non è più la terapia di un dolore messo tra parentesi ma solo il rammarico di chi aveva e non ha più, la nostalgia di chi sa che i bei tempi (del cinema e forse del mondo) sono alle spalle. Ecco quindi che l’esordio della giovane Lola, alla fine della trasmissione, assume una sfumatura dolce amara, uguale e contraria a quella Albuqerque catapultata, microfono in mano, sul palco di Nashville: quello era uno show that must go on, anche con un cadavere sul palco. Oggi il cadavere è dietro le quinte da tempo e quando a Lola si presenta la grande occasione lei dimentica le parole della canzone. Nessuno sembra farci i caso, ed è naturale: le saracinesche del teatro sono già mezze abbassate e chissà se quel pubblico – mai inquadrato – sia, in fondo, mai esistito.
Alberto Berardi
