[ Last Days ]

La storia – Gli ultimi tre giorni di vita di Blake, leader di un gruppo musicale.

Al fianco dei Velvet Underground
La disperata e masochistica Venus in Furs dei magici Velvet Underground si (ri)ascolta due volte nell’ultima mezz’ora di Last Days. A commento della stessa scena che si (ri)vede una seconda volta. Come in Elephant è il punto di vista a mutare. Da angolazioni differenti, con sguardi famelici e pulsanti, tutto muta. Con le “voci” del film, sovrapposte alle voci dei Velvet: «Calzari di cuoio che brillano, mandano luce, scintillano, mentre una donna bambina s’avanza nel buio con cinghie e frusta. Gusta la sferza di un amore concesso sino in fondo, gusta la sferza che ora sanguina per me». Canzone sciamanica scritta da Lou Reed (nel 1967) per dar vita ai fantasmi, per trafiggere il quieto vivere, per far bruciare il rancore, per narrare un orgasmo: lungo, definitivo, mortale.

Il muro
La macchina da presa è fuori dalla casa. E si allontana lentamente. Attraverso la finestra vediamo Blake imbracciare la chitarra e cominciare a suonare. Più sale la musica, più il dolore si distorce nell’impossibile impasto di note e sentimenti. Solo disperazione e consapevolezza. Ora Blake è pronto per andarsene, ora che ha intravisto (tramite la musica) l’allucinazione dell’immortalità, può assaporare per l’ultima volta la gioia della giovinezza. Una delle scene più struggenti dell’intera opera di Gus Van Sant, con un animale (da palcoscenico) in fuga, piagato, sconfitto.
William Blake
(non) è William Blake

Nell’intervista (riportata nelle pagine successive) Gus Van Sant in un primo momento esclude categoricamente che William Blake (il cantante) sia William Blake (il poeta). Poi appare più possibilista. E fa bene, perché di punti di contatto con l’autore dei Canti dell’innocenza e dell’esperienza il suo William ne ha davvero molti. Basta far riferimento all’insopprimibile desiderio di rivelazione/rivoluzione che sembra trascinare entrambi verso il destino, oppure della necessità di frequentare e poi lasciare sullo sfondo le fantastiche e visionarie rievocazioni dei miti (le sequenze nel bosco, il bagno, il fuoco, hanno davvero qualcosa di ancestrale). E poi c’è il modo di affrontare l’esistenza. La percezione che la vita sia un’impostura permanente. Da smascherare.

Massimo Rota

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