Contro
Pubblicato sotto "Sondaggio" il 25 giugno 2009Qual è il film più CONTRO della storia del cinema? Contro chi? E come? Cosa deve avere un film per essere CONTRO?

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Redazione
Nella storia del cinema sono tanti i film che si sono scagliati contro qualcosa o qualcuno, oppure semplicemente contro un certo modo di fare cinema. Nonostante siano passati settanta anni, credo però che il film che più di tutto merita l’appellativo di “contro” sia “quarto potere” di Orson Welles. Welles con la sua opera prima (già questo ha dell’incredibile) riesce ad andare contro tante cose: va contro i magnati e i potenti del suo tempo, in particolare William Randolph Hearst, il quale boicottò pesantemente il film e tentò di farlo sparire dalla circolazione. Inoltre Wells, e questa è la cosa più importante a livello storico, va contro tutte le convenzioni cinematografiche del tempo: realizza uno splendido film procedendo per frammenti, lampi, ricordi che si accavallano. Il film è una specie di saggio su come utilizzare il flashback in maniera creativa e significante. Fu tra i primi, insieme a William Wyler, a utilizzare la profondità di campo in tutte le sue peculiarità (basti pensare alla scena in cui il piccolo Kane gioca con la neve in profondità, mentre dentro la stanza si discute del suo futuro).
Certo, tanti film hanno tentato rotture anche più drastiche (si pensi alle varie ondate degli anni ‘60), ma se pensiamo che Wells ha operato questa doppia rottura (contenutistica e linguistica) nel suo primo film, e soprattutto in pieno cinema classico, non pùò che essere definito, a tutti gli effetti, CONTRO.
Difficile dire quale sia stato il film più “contro” della storia del cinema, ma secondo me il regista più “contro” di tutti è stato Luis Bunuel. In tutta la sua filmografia è sempre stato contro la parte più sporca del clero, contro i vizi e i viziacci della borghesia e contro il cinema più conformista, a partire dalla rivoluzione più importante e più fertile della storia del cinema, il surrealismo, con film come “Un Chien andalou” (1929) e “L’Age d’or” (1930). Tanti sono i film memorabili e controcorrente di questo regista, pensiamo a “El”, “L’angelo sterminatore”, “Il fantasma della libertà”, ma se devo sceglierne uno direi “Il fascino discreto della borghesia” dove Bunuel raggiunge il miglior equilibrio fra il suo talento di surrealista e la sua feroce critica alla classe dominante.
Difficile definire un film CONTRO per il concetto stesso del target: i cinepanettoni, ad esempio, sono CONTRO il cinema e le pellicole stesse poichè prodotti simili, seppur con parere favorevole al botteghino, dovrebbero essere indirizzati solo per la tv (ma anche lì sarebbe un’offesa…).
Di solito i film CONTRO vanno a denunciare fatti di cronaca al fine di far sembrare comprensibile allo spettatore determinate tematiche: “Il caimano”, “Gomorra”, “Il Divo” sono film che “tentano” di rispecchiare la realtà ma che, invece, gli danno quel fascino da film, da finzione, escludendole dalla realtà.
Altri, come “4 mesi, 3 settimane e 2 giorni”, invece focalizzano il messaggio in mezzo a mille righe: la differenza è che quel messaggio non è la storia (l’aborto) ma è un messaggio scritto con un colore differente rispetto agli altri.
Ne deduco che il CONTRO è una parola troppo ampia per essere accostata ad una pellicola o per creare addirittura un genere
“CONTRO” è una linea che divide una dimensione e la trasforma. Ma chi la traccia?
Ci sono film che nascono col pugno alzato ed altri che si ritrovano a condividere lo stesso destino senza averlo previsto o desiderato. Questo perché qualcuno ne fa un abito nuovo per vecchie idee oppure perché detrattori da prima fila lo prendono come un affronto personale.
Ma chi decide cos’è “contro”? Chi ha qualcosa da attaccare o chi si sente attaccato, si potrebbe dire…
Personalmente ritengo che la prospettiva dell’ “essere contro senza volerlo” (nel senso di suscitare scontrosità), offra interessanti stimoli di riflessione, per questo, consapevole che potrebbe sembrare incredibilmente fuori luogo, la mia scelta di “contro” cade su Michelangelo Antonioni e in particolar modo su L’avventura (1959).
In tutte le storie della vita e quindi anche nel cinema, capita di imbattersi in “contro” che non sono mossi da un opporsi motivato, ragionato, sentito, ma semplicemente celano un’incomprensione. Antonioni ne è un esempio emblematico: non era uno “contro”, ma per molti anni critica e pubblico furono contro di lui. Era nuovo, era difficile, scomodo, scivolava fuori dal neorealismo canonico e al suo lavoro mancava quella fluidità che si versa accondiscendente in forme tradizionali. Il suo era solo un creare diversamente, ma in principio venne percepito come un essere contro un certo modo di fare cinema proprio di quegli anni, a cui la critica nostrana doveva essere parecchio affezionata.
Ho pensato a L’avventura perché fin dalla sua realizzazione, che fu una vera odissea, all’approdo in sala, dovette combattere contro un destino avverso. L’accoglienza riservatale infatti, non fu certo calorosa, eppure, proprio questo film, credo rappresenti l’inizio di un mutamento nei confronti del modo di raccontare di Antonioni. Complice lo sguardo francese, anche quello italiano riflette sulla possibilità di uno sguardo diverso “contro” uno sguardo prevenuto.
Credo che il film “Contro” per antonomasia sia Arancia Meccanica. Può sembrare banale ma è così. Giuro.
Ma contro chi o contro cosa?
Lo capiremo. O forse no, ma è importante? Sì. è importante.
Va premesso che, come tutte le opere di Kubrick, anche la sceneggiatura di Arancia Meccanica (AM) è tratta da un romanzo, in questo caso l’omonimo racconto di Burgess. Quindi la storia e i suoi contenuti sono da rimandare principalemte allo scrittore e poi al regista (Brugess è stato co-sceneggiatore insieme a Kubrick della “traduzione” del testo in immagine).
La mia scelta (banale) richiama a se due concetti dicotomici ma inscindibili come ormai altrettanto banali : l’aspetto della forma e quello del contenuto. Partiamo dal secondo, dove possiamo distribuire banali percentuali sul merito tra lo scrittore e il regista.
La storia, come affermano entrambi i protagonisti della stesura, richiama a se il dilemma della “scelta” e della libertà di scegliere. Scegliere cosa? Di scegliere, punto.
Alex sceglie di essere Contro tutto, Contro le regole, Contro la moda, Contro la società e quindi contro l’umanità. Alex ha scelto di essere cattivo. Ha scelto il Male. Quindi sceglie di essere Contro. Giusto o sbagliato che sia, un essere umano ha diritto di poter scegliere, altrimenti perde l’essenza dell’umanità stessa.
Scelgiere il Male ed essere Contro il bene è sicuramentre una scelta Contro-corrente, ma per Alex non tanto per la scelta in se, ma la sua natura a renderlo unico. Chi sceglie il Male, e sono tanti, lo fa per un tornaconto, per interesse, per guadagnarci qualcosa. Alex invece lo fa perchè nasce così, ha già scelto di essere Contro prima ancora di esistere, in una fase di non-vita. E’ la scelta primordiale. Una scelta del genere si rafforza ad ogni passagio, più una scelta è drastica più trova forza nella sua essenza, è ovvio. Quindi per troncare un discorso che richiederebbe un saggio e non box di testo incrociato in un pomeriggio di day-off da lavoro (ma la mia scelta è stata questa, e non un altra) per concluderlo (o forse per aprirlo), AM pone il problema etico di lasciar “Scegliere” all’essere umano. Nel romanzo, come nel film, lo stato vuole annullare questa scelta vitale e dare una unica via di uscita. Imporre una scelta. O meglio, imporre una non-scelta. Alex e la cura Ludovico diventano l’antitesi dell’uomo. La società lavora così Contro l’uomo, Contro l’essenza del vivere. E’ l’incontro dei Contro. Da oggi a Milano è vietato bere alcoolici se non si sotto i 16 anni, una prima settimana di avvisi e poi, da settimana prossima, via alle multe spedite direttamente ai genitori. Quindi lo stato impone ai ragazzi di non poter scegliere di sbagliare (se si pensa che una ubracatura adolescenziale sia un errore), quindi di non poter sbagliare. AM vive nel tempo perchè non ha Tempo, la questione etica della Scelta è oggi più che mai insidiata da personaggi inquietanti come gli scienziati e le massime figure dello stato rappresentati da Kubrick, caratterizzati da sorrisi-paralisi e maniere esageratamente delicate. Ottimo aggancio questo per la questione della forma.
Kubrick segue fedelmente il libro, cambiano alcuni dettagli più per necessita’ del mezzo-cinema che per stravolgere il contenuto del romanzo (ad esempio i “soma” descritti nel libro hanno un’età inferiore all’Alex kubricliano, ma il regista ha ammeso di non aver trovato giovani attori così talentuosi da poter ricoprire quel ruolo). Nella prima parte del film, prima della cura Ludovico, Kubrick mostra la violenza attraverso gli occhi di Alex, una violenza divertente, danzante, giocosa, un tipo di violenza che va Contro i canoni sia morali che, soprattutto, estetici. La violenza è un gioco, un ballo, un passatempo ma soprattutto è una scelta. Vediamo la violenza con gli occhi di chi l’ha scelta. Molto coraggioso. Nessuna Reale redenzione (come invece compare alla fine di una seconda, o prima, edizione del libro). Kubrick riprende la violenza come essa viene proiettata nella testa di Alex, una visione tanto intima quanto anomala. Nella sua forma posticcia e satirica è estrememente Reale e totalemente lontana dalla Realtà. Kubrick in questo modo sviluppa un pensiero “Contro” con un linguaggio “Contro”: contro i canoni cinematografici, contro le attese del pubblico, contro i desideri, contro il Reale. E’ violenza allo stato puro che cela una Critica Contro la Società, contro il pensiero dominante, Contro le istituzioni. Contro tutto ciò che insidia la libertà dell’Uomo. Quindi contro tutto.
Ho scritto “un’altra” senza apostrofo. Sorry
io direi “la rabbia giovane” di terrence malick
Intrigante il tema.
Partecipiamo.
Partiamo da lontano ma non troppo. Partiamo da “Qualcuno volò sul nido del cuculo” regia di Milos Forman con un grande Nicholson – Mc Murphy (a mio parere la sua più grande interpretazione) ma anche con una prestazione veramente maiuscola di tutto il cast di attori (chi non ricorda Martini? e il Capo Bromden l’indiano sordo-muto? solo per citarne due) E come non ricordare Franco Basaglia … ricordiamo ancora che il film venne girato nel 1975 e Basaglia morì nel 1980 poco dopo che nel 1978 la legge 180 che porta il suo nome fu promulgata.
Ma veniamo al dunque. Contro chi e contro cosa.
Non vorrei dilungarmi in esercizi di saccenteria trovando e argomentando su i tanti temi contro i quali questo film combatte. Citiamone solo alcuni: autoritarismo, malattia mentale, tortura, classe medica, middle class americana, la violenza sessuale sui minori e sulle minoranze etniche e potrei continuare approfondendo e motivando. Ma a mio parere lo status contro il quale il film spara una gigantesca bordata è quello della cosiddetta “normalità”. Ma chi è malato e chi è normale nello State Mental Hospital dove viene girato il film? Lo spettatore che esce per chi ha parteggiato durante la visione? Per la caposala Ratched ? Nossignore. Ma vi ricordate cosa risponde Randal McMurphy a una domanda del primario allorché viene ricoverato durante il colloquio iniziale?
“Senta Randal, vuol dirmi se crede che la sua mente abbia davvero qualcosa che non va?”.
“Non ha niente signore, è una maledetta stupenda meraviglia della scienza”.
Ecco il punto. Ecco chi è normale tra noi e loro.
E c’è ancora una cosa che vorrei aggiungere. Vi ricordate tutti il finale, quando il Capo Bromden solleva quella pesantissima fontana e la scaglia contro la finestra fuggendo poi verso il Canada. È lui che raccoglie il testimone e completa l’opera dando un valore immenso al sacrificio di chi è andato “contro”. Ve lo ricordate il viso stupito e l’urlo di trionfo in cui prorompe uno dei degenti svegliato dal baccano quando capisce ciò che è accaduto? A quanti significati si presta questo finale?
IL FILM … CONTRO …PIU’ CONTRO DELLA STORIA DEL CINEMA , DI QUEL CINEMA FATTO DI STORIA E DI STORIE CHE FINORA CONOSCIAMO , CREDO RIMANGA “THE PASSION” DI MEL GIBSON…AL DI LA’ DI OGNI UMANA CONCEZIONE L’UOMO CONOSCE LA VERITA’ DI CRISTO, IL PERFETTO EMBLEMA SPIRITUALE CHE SUBISCE LA SUA AUTENTICA DISVELAZIONE… PERCHE’ QUELLE BOTTE E’ SICURO CHE LE ABBIA PRESE TUTTE! E’ CERTO CHE LA FRUSTA LO ABBIA SQUARTATO…NON PIU’ LA SUA SCHIENA , NON PIU’ IL SUO VOLTO , NON PIU’ LA SUA BOCCA MA IL SUO SANGUE… GIBSON VA OLTRE LA VERGOGNA E CI PERMETTE LA VISTA DELLA VIOLENZA D’AMORE PIU’ FULMINANTE CHE L’UMANITA’ ABBIA MAI SCRUTATO. NOI TUTTI CHE FACEVAMO FINTA DI NON VEDERE , MA CHE GRAZIE ALL’OBBIETTIVO DI UNA TELECAMERA ABBIAMO ASSUEFATTO.
ORA E’ TUTTO ASCIUTTO . ORA E’ TUTTO (IN PARTE) CONOSCIUTO. LA VITA HA UN NUOVO SOFFIO E GLI OCCHI DEI CIECHI HANNO VISTO. DA QUI NESSUNO PUO’ PIU’ TORNARE INDIETRO…………………
su due piedi la risposta che mi sembra più esauriente, per definire un film “contro” mi sembra essere I PUGNI IN TASCA di Marco Bellochio. Un film che non solo ha urlato una ribellione verso la società (famiglia, borghesia, chiesa) ma che è riuscito ad anticipare un epoca di ribellioni, di pensieri e persone “contro” che hanno segnato la storia del nostro paese.
Si potrebbe argomentare che il cinema è un medium più adatto alla propaganda che alla protesta. Certo, ci sono film di denuncia sociale, di satira politica, antiborghesi, anticlericali, commedie impegnate, drammi di banlieue, cinepugni, neorealismi, documentari di guerra e di guerriglia, film contro i regimi, la tortura, la segregazione razziale, la discriminazione sessuale, gli abusi delle multinazionali, l’abuso hamburger, etc. Ci sono e, auspicabilmente, continueranno ad esserci. Tuttavia, un film non può essere veramente “contro” se non riesce a sovvertire il gioco di poteri che sta alla base del sistema produttivo convenzionale: i poteri dei finanziatori, dei produttori, della distribuzione, della censura, ma anche il potere dell’immagine sullo spettatore e sull’immaginario collettivo. L’autore del film “contro” dovrebbe tenere ben presenti tutte le convenzioni estetiche e narrative in auge, conoscere le aspettative e i desideri del pubblico, ma anche i cliché più logori del cinema d’indipendente e d’essai. Dovrebbe raccogliere tutta questa paccottiglia, accatastarla con cura nel cuore della notte, appiccare il fuoco a tutto, e girare alla sola luce di tale falò. Chi dubita che film del genere siano mai stati girati si riveda Un chien andalou. La sera della prima, Buñuel aveva le tasche piene di pietre da tirare al pubblico. Non ce ne fu bisogno.
Credo non ci sia ombra di dubbio sul fatto che l’opera più controversa, più lancinante, la meno digeribile dalla “società dei consumi” come la chiamava Pasolini, sia l’ultimo film di Pasolini: “Salò o le 120 giornate di Sodoma”. E’ innanzitutto un film che subì una querelle giudiziaria senza fine, venne sequestrato più volte, subì vari processi (ma Pasolini in Italia è stato accusato di tutto, è stato un uomo quasi “perseguitato” dalla giustizia), ed infine portò anche alla morte violenta del suo autore, che venne massacrato (forse) anche per aver fatto un film così devastante. Perchè, che se ne dica, Salò è forse l’opera più devastante della storia del cinema non solo italiano: un film per esempio come Arancia meccanica ancora oggi si può vedere, ma Salò è letteralmente inguardabile, perchè film-incubo di una ferocia inammissibile. Il film venne quindi condannato, che poi è a mio parere anche giusto. Il fatto è che Salò è e rimarrà per sempre un film profondamente sbagliato, un film tutto di testa, un film indigeribile perchè non digerito proprio dal suo autore. Pasolini soffrì molto durante le riprese del film, quando lo intervistarono in merito a Salò lui rispose che non gli sarebbe interessato affatto se il film non fosse capito dagli spettatori, soprattutto dai giovani che giudicava come dei veri imbecilli, senza apparente motivo. Perchè Pasolini stava lentamente vedendo l’Italia cambiare e non l’accettava. Non accettava la società dei consumi e la cosiddetta “omologazione”. Salò è il film contro questa Italia di conformismo. Sicuramente è una metafora politica (raccontata in maniera sconvolgente e rivoltante), forse anche contro la DC. Ma se ne aveva bisogno? A mio parere, la cosa più “contro” che abbia mai fatto Pasolini è una scena de “La ricotta”, quando un giornalista intervista il regista alter-ego di Pasolini, chiedendogli cosa pensa degli italiani. Welles risponde: “la più grande massa di ignoranti, analfabeti, razzisti, qualunquisti”. Questo era il monito di Pasolini nel 1963. Ancora oggi è così, con o senza la visione delle nefandezze di un qualsiasi Salò.
Il film più contro? Pink Flamingos, decisamente contro il buon gusto!
Un film è, a prescindere, sempre contro qualcuno o qualcosa. Ci si serve dell’arte del cinema per esprimere concetti che richiedono più di ogni altra cosa, la fruizione visiva.
Un film CONTRO. Secondo me, e in questo caso andrò controcorrente, un film veramente CONTRO è AU HASARD BALTHAZAR di Robert Bresson del 1966. Semplicemente perchè, lui come altri, ma più di tutti lui, adotta un linguaggio minimalista in una maniera naturalistica che copre un vasto raggio di analisi: regia, attori sconosciuti che non devono essere espressivi, pochi dialoghi, immagini, suoni e rumori scarni. Questo film è CONTRO anche il concetto classico di costruzione di una sceneggiatura, con incipit, intreccio della fabula o plot-point, climax ed epilogo. Senza dimenticare il fatto che non c’è un personaggio con cui identificarsi, e soprattutto per il fatto che il protagonista della storia è un asino. Assistiamo a tutte le brutture del mondo precipitate dagli esseri umani contro questo povero animale indifeso e contro una giovane che tenta di proteggerlo. CONTRO perchè dà la sensazione sia contro tutti, e anche contro tutte le teorie classiche di lavorazione e di costruzione narrativa di un film. Bresson effettivamente è stato contro tutto questo ed è rimasto coerente per tutta la carriera con questa tesi, cosa veramente rara. Vedere per credere il suo ultimo film “L’Argent” (1983), un film veramente fuori del decennio in cui ha fatto la sua comparsa. Film fuori del tempo, un pò come “Nostos” di Franco Piavoli o “Madre e figlio” di Aleksandr Sokurov. Fuori del tempo, contro il tempo stesso.