[ Tulpan ]

La storia – Asa, di ritorno dal servizio militare prestato in marina, è desideroso di iniziare la vita adulta. Prima tappa: trovare una moglie. Tulpan, la prescelta, non pare però disposta ad accettare la proposta del giovane.

«È tutta colpa delle mie grandi orecchie» pensa Asa quando viene a sapere del rifiuto della bella Tulpan alla sua offerta di matrimonio. Asa è il prototipo dell’eroe ingenuo e testardo, il giovane che vede la realtà deformata alla luce del suo cuore ancora troppo grande per comprendere i desideri dell’altro, le dinamiche economiche o i trucchi sentimentali. Per lui, marinaio sperduto nella grande distesa asciutta della steppa, il problema non sussiste e comunque il rifiuto di Tulpan, donna immaginata più che realmente vista, non gli impedisce di continuare a sognare la vita che vorrebbe. D’altra parte la ragazza guarda oltre l’uniforme orizzonte della steppa. Cerca in lontananza i bagliori della città e lì si immagina in un’esistenza ben lontana dalla dura dimensione che la circonda. Per entrambi la visione del presente richiama un altrove desiderato.
Se la trama del primo film di finzione del talentuoso documentarista Sergei Dvortsevoy è volutamente esile, è forse per privilegiare qualcosa che sta prima del racconto, che spesso il cinema si nega o sommerge in un mare di effetti. I corpi, i luoghi e le atmosfere che essi scatenano sono invece al centro del lavoro del regista kazako, da sempre cantore di una realtà appartata, fuori dai clamori del presente o della Storia. Da questo punto di vista Asa è una creatura unica, il figlio di una generazione di personaggi pronti a vivere con il sorriso (viene in mente il giovane Aliosha, naufrago innamorato nello straordinario Vicino al mare più azzurro di Boris Barnet, 1936). In lui il gusto del comico convive con una forte matrice documentaria che emerge nella precisa gestualità e nel rapporto stretto che il ragazzo detiene con il suo ambiente (vedi la scena della nascita dell’agnellino). Tutto il contrario di Tulpan, che infatti si nega alla vita della steppa, rinchiusa nella sua tenda. Dvortsevoy ha un’abilità tutta sua nel raccordare racconto (di finzione) e sguardo (documentario), giocando di volta in volta su registri e spazi diversi. Il livello etnografico, quello sociale, il lato esistenziale e quello burlesco si mescolano e accrescono il sentimento di un’opera tanto semplice quanto efficace.
L’idea di un conflitto insanabile tra le spinte del moderno (affidate felicemente all’universo silenzioso di Tulpan) e la resistenza di una dimensione arcaica legata al nomadismo, pur essendo al cuore del progetto, non prevalica mai la parabola individuale del protagonista. Detto altrimenti, Asa non è funzione di un racconto moraleggiante o di un apologo della cultura tradizionale. Il suo percorso è quello di ogni giovane (che dall’illusione dell’ideale scende a scontrarsi con la realtà) e il suo specifico quello di apprendista pastore, appassionato della sua terra e desideroso di mostrarsi capace di vivere autonomamente.

Carlo Chatrian

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